Capita, a volte, di essere talmente concentrati a seguire la propria scia e i propri percorsi, da dimenticare che è necessario andare “oltre” per carpire quello che il mondo ci propone. È vero che oggi viviamo in un mondo pesante e duro, del quale pensiamo spesso di aver smarrito il senso e che ci propone situazioni che non ci piacciono.
Cerchiamo di descriverlo e usiamo parole che ci si sono appiccicate durante i nostri percorsi. Per questo per entrare in sintonia con gli altri è necessario spogliarci dei nostri campi ideologici e lasciare da parte vocaboli che ci trasciniamo in percorsi che troppo spesso diventano rigidi binari.La parola “felicità” è stata protagonista delle assemblee degli indignati spagnoli dei mesi scorsi solo perché quelle mobilitazioni sono partite da cittadini e basta. Non da associazioni, gruppuscoli, sindacati o partiti.Il dibattito sulla crisi mondiale che il manifesto ha iniziato è molto importante. Ho letto della necessita di fare un passo indietro rispetto le nostre soggettività, della possibilità di unire le forze in campo per un progetto comune, della forza delle mobilitazioni degli ultimi mesi e della rabbia da canalizzare in possibilità.
Aggiungo che è necessario anche alzare il tiro (e lo dico io, antiberlusconiano doc) dalle nostre miserie politiche a un contesto europeo e, aspetto importante, utilizzare nuove modalità magari prendendole a prestito dagli indignados spagnoli, greci e cileni, ma anche dalle esperienze nostrane del Forum dell’acqua e contro il nucleare, di Roma bene comune, degli autorganizzati, dei No Tav, del Teatro Valle. Modalità che non vogliono personalità di spicco ma idee e discussioni diffuse sul territorio, assemblee piuttosto che conferenze stampa. Questo è il primo aspetto, uno dei più importanti, che tenteremo non solo di affrontare ma di mettere in pratica durante “Piazza Pulita”, la grande assemblea pubblica che si svolgerà in piazza San Giovanni a Roma, il 10 e 11 settembre
Ma è sull’utilizzo delle parole che possiamo riscontrare le maggiori difficoltà. Come possiamo parlare di “contratto di lavoro” a giovani che non ne hanno mai visto uno, neanche al telescopio? Ricordo che Padre Balducci spiegava, circa vent’anni fa, che è difficile parlare di “fratellanza” ad una generazione di figli unici.La stessa cosa succede con le parole d’ordine che usiamo nei nostri dibattiti. Stato sociale, ad esempio. Che significato può avere per ragazzi che hanno visto le nostre istituzioni utilizzate dai politici solo per i propri interessi personali o di partito? E che idea di società hanno generazioni che sono state educate ad autorappresentarsi e a individualizzare tutto: dai rapporti di lavoro (tema di stretta attualità e sul quale lo sciopero del 6 settembre è stato significativo) ai consumi?Proviamo a spogliarci delle parole per spiegare le nostre ragioni.
È necessario – come ci suggerisce Tourenne – il pathos, l’insistenza sulla cura della democrazia, della costituzione politica, del legame sociale. Ecco allora come ricostruire un tessuto affettivo partendo da noi. Non come soggetti collettivi (troppo spesso autoreferenziali) ma come individui, lasciando da parte parole troppo pesanti, più del mondo che vogliamo cambiare.È l’invito che mi permetto di lanciare: sfruttiamo la due giorni di Roma per continuare il nostro cammino, non partendo da realtà sociali organizzate e predefinite, ma come uomini e donne disposti a metterci in movimento.
Lasciamo a casa i fardelli che impediscono longevità alle nostre idee, creiamo insieme il nostro percorso stabilendo un legame affettivo con l’altro. Potremmo scoprire che esiste un comune sentire politico per cambiare veramente le cose di questo mondo che non ci piacciono.
Commento apparso su Il Manifesto del 9/11/2011
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